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THE NEW YORKERS, THE REVERSE ANGLE OF A NORMAL VIEW di Cesare Carbonieri



Definire compiutamente il significato di Sogno Americano significa rifarsi alle difficili esistenze di quanti negli ultimi due secoli hanno attraversato l'Atlantico con la speranza di raggiungere, attraverso il duro lavoro, un migliore tenore di vita e la prosperità economica. Cosa poi sia divenuto nel corso del tempo è una questione continuamente discussa e anche se molti oggi ritengono che abbia portato ad enfatizzare esclusivamente il benessere materiale come misura del successo, è altrettanto innegabile che, in origine, sia stato, più di tutto, alla base del desiderio di coloro che intendevano rinnovare le proprie esistenze in uno stile di vita diverso da quello proposto nel Vecchio Mondo. Ciononostante nel corso del novecento, non pochi sono stati gli ostacoli incontrati da chi in ciò riponeva molte aspettative. In primo luogo a causa della Grande Depressione ragione, negli anni '30, di sofferenze e privazioni perdurate fino al secondo dopoguerra, quando una forte ventata di conservatorismo ebbe modo di imporsi sui costumi relazionali e familiari aprendo, suo malgrado, la strada al più rivoluzionario dei cambiamenti sociali, prodotto dall'avvento della beat generation. L'avanzata dei giovani, in coincidenza con la guerra del Vietnam, portò ad una sostanziale revisione del concetto di American Dream, al quale, per la prima volta, fu associata la giusta rivendicazione dei diritti collettivi e individuali. Lotta, in parte, offuscata dall'avvento degli anni ottanta e novanta dell'industria tecnologica e dalla conseguente ricerca di ricchezza nelle risorse digitali. Un dato che, sulla scia di quanto fino ad ora descritto, ha sicuramente introdotto una differente visione della realtà che, ora, induce chiunque a domandarsi cosa sia effettivamente rimasto dello splendido sogno e dell'America che l'ha generato. Risposta sicuramente implicita agli scatti di The New Yorkers, raccolta fotografica tesa ad indagare tra i particolari meno eclatanti, ma forse più significativi di un Paese in profonda trasformazione.

L'uscita di "The New Yorkers" segna per te, Marco, una delle tappe più importanti di una lunga carriera. "Cominciata a metà degli anni '90 dopo essere stato letteralmente folgorato da un libro, A Vision Shared, sui fotografi della Farmer Security Administration, l'organo governativo statunitense sorto a tutela degli agricoltori durante la Grande Depressione. Da allora il mio interesse per questa disciplina artistica si è sempre rivolto da una parte alle potenzialità tecniche delle fotocamere e della stampa e, dall'altra, allo studio degli autori nonché alle possibilità offerte dalla comunicazione di massa."

Dettaglio che, di sicuro, ti ha spinto a dedicare agli Stati Uniti e nello specifico alla grande metropoli della costa orientale questo volume. "Non avrebbe potuto essere altrimenti. Come molti della mia generazione, sono cresciuto nel mito dell'American Dream, alimentato dal cinema, dalla musica e dai romanzi di John Steinbeck, Jack Kerouac, Philip Roth e Paul Auster ed i racconti di Sam Shepard e Raymond Carver. Un patrimonio enorme che, con i suoi forti contrasti, continua ancora ad affascinarmi e a darmi modo di mettere a confronto il mio immaginario con la realtà."

Quanto sono cambiati gli Stati Uniti, da quando li hai visitati la prima volta? E in che cosa? "Nelle grandi città è cresciuto il disagio soprattutto fra le diverse minoranze etniche. Tuttavia ogni persona, a prescindere dalla razza, dal credo politico o religioso, condivide con i suoi concittadini un grande amore per la Old Glory, la bandiera nazionale, nonostante i luttuosi eventi e la crisi economica e finanziaria. Non a caso ai piedi della Statua della Libertà spicca ancora immutato un sonetto di Emma Lazarus di cui non posso non ricordare le splendide parole..... Antiche terre, – ella con labbro muto/ Grida – a voi la gran pompa! A me sol date/ Le masse antiche e povere e assetate/Di libertà! A me l’umil rifiuto/ D’ogni lido, i reietti, i vinti! A loro/La luce accendo su la porta d’oro....... "

La porta dell'oro cioè la porta del grande sogno. "Che pur essendo stato pagato a caro prezzo non ha in sostanza cambiato il modo di essere degli americani, sempre aperti e disponibili ad attaccare bottone e ad augurarti, con un sorriso, una buona giornata, gentilezza che da noi, purtroppo, si riscontra ormai di rado."

I tuoi scatti ricordano i quadri di Edward Hopper: cosa ritieni di aver ereditato dal grande pittore americano del secolo scorso? "Il suo modo di intendere paesaggio, non tanto riferito ai monumenti o alle grandi vedute bensì ai territori metropolitani caratterizzati da siti industriali, ponti, semplici strade, interni di motel, bar, cioè dagli elementi fondativi della contemporaneità. E, oltre a ciò, aggiungo la sua capacità di descrivere, meglio di ogni altro, un senso di solitudine abissale, eloquente raffigurazione del vuoto con cui, spesso, l'uomo moderno è costretto a misurarsi."

Le immagini della raccolta rappresentano un nuovo modo di vedere attraverso l'obiettivo: come definiresti il tuo stile? "Sebbene non ami troppo classificarmi con un'etichetta, posso, comunque, dire che risente parecchio della tendenza di quella che oggi viene chiamata street photography, anticipata da grandi maestri del dopoguerra come Henry Cartier-Bresson, Saul Leiter e Robert Frank. Realizzare questo genere di fotografie, dove i soggetti principali sono la persona e lo sfondo del paesaggio urbano, è per me una vera e propria sfida per due motivi. Il primo ha a che fare con l'atto di alzare la macchina fotografica davanti a degli sconosciuti, cosa che inevitabilmente implica un non sempre facile abbattimento delle barriere relazionali, specie per caratteri come il mio inclini alla riservatezza. La seconda ragione è dovuta alla difficoltà di evidenziare il rapporto tra l'uomo e la città, testimonianza concreta del nostro tempo in ogni sua sfaccettatura, anche nella più sgradevole. Proprio per questo evito, infatti, di ripulire lo scatto da auto, cartelloni pubblicitari o dai bidoni della spazzatura, cercando sempre e comunque di organizzare al meglio ogni elemento dell'immagine in modo tale da ottenere una certa efficacia espressiva."

Quali sono i maestri da cui sei stato maggiormente influenzato?" Sicuramente, il primo grande insegnamento l'ho tratto da artisti quali Robert Capa, Elliott Erwitt o da buona parte dei fotografi dell'agenzia Magnum. A loro potrei aggiungere paesaggisti come Ansel Adams oppure reporter del calibro di James Nachtwey, Sebastiao Salgado e Mary Ellen Mark giusto per citarne alcuni. Fra gli italiani, infine, non posso non annoverare Fontana, Basilico, Ghirri, Berengo Gardin. Nomi importanti che hanno fatto storia. Attualmente, però, quelli che, forse, mi sono più vicini sono Robert Frank e quanti hanno portato il colore nei musei fra cui i grandissimi William Eggleston, Stephen Shore e Joel Meyerowitz. "

Ogni fotografo ha i suoi segreti: i tuoi quali sono? "Da diversi anni, opero in digitale, modalità che mi permette di avere il controllo dallo scatto fino alla stampa che realizzo direttamente con una ink-jet, proprio come si faceva un tempo, in camera oscura, con il bianco e nero. Le mie foto non sono molto elaborate, lavoro soprattutto sui livelli di luci ed ombre e un po' sul bilanciamento dei colori. Nella maggior parte dei casi cerco di non snaturare l'immagine, anche se credo sia molto importante rispettare le fasi di pre-visualizzazione e finalizzazione dell'immagine chiamata a rappresentare più il sentimento di chi l'ha realizzata piuttosto che essere semplice trasposizione della realtà. Prevalentemente utilizzo una fotocamera a telemetro e ottiche Leica, i cui vetri hanno una resa molto particolare che induce a limitare i possibili interventi in fase di post-produzione."

Quando si guarda una fotografia di viaggio, molti pensano di trovare la bellezza dei paesaggi o dei monumenti noti. Tu, al contrario, ti soffermi su altri aspetti meno eclatanti. Per quale motivo? "Perché sono più reali. Nello specifico di The New Yorkers, lo sfondo dei palazzi, delle strade, dei taxi e delle insegne, riportano i soggetti ritratti ad una loro quotidianità. Questo è ciò che mi è più interessato in quanto in grado di cogliere meglio il mio modo di vedere e di sentire. Del resto non dice forse quell'adagio di mettere insieme tutte le fotografie se si vuole avere il vero ritratto del loro autore? "

Il video dell'intervista di Cesare Carbonieri il giorno dell'inaugurazione




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